Da qualche parte, in una nazione lontana lontana (o vicina vicina, dipende da dove ti trovi), c’è una città sopra una collina, una città né troppo grande, né troppo piccola. In questa città c’è un scuola, tutta decorata per le feste di Natale. E ovviamente, essendo periodo di vacanze, questa scuola è vuota, senza maestre e maestri, senza bidelli, senza bambini. Come è giusto che sia.
In questa scuola succede ogni giorno una cosa che qualcuno definirebbe quantomeno peculiare. Nella classe I sezione C c’è un disegno di una fata. Un disegno con nulla di diverso dagli altri appesi alla parete. Come gli altri è fatto su un foglio formato A4, come gli altri è disegnato con pennarelli e pastelli e proprio come tutti gli altri ha un nome apposto sopra non granché leggibile, ma questo è molto grazioso. Non è un capolavoro: il braccio destro è più lungo di quello sinistro, la coroncina ha una delle sue 4 piccole punte un po’ più piccina e le sue gambe sono strette linee senza ginocchia. Ma fa la sua bella figura sulla parete, col suo vestitino lillà a forma di trapezio e il sorriso smagliante.
Ogni mattina, quando i primi raggi del sole entrano dalla finestra dell’aula della classe I sezione C, la fatina si stiracchia, si rassetta i capelli, sbadiglia 2 volte ed esce dal foglio appeso. Così inizia la sua giornata; circa.
Venir fuori da un foglio di carta non è un’impresa piacevole, ti senti tutto sballottato. Vorrei ben vedere voi, passare dalla confortante semplicità di due sole dimensioni a tutta la complessità di averne 3, di dimensioni. Devi iniziare a guardare le cose da una prospettiva completamente diversa, sopratutto perché solo da quel momento in poi ce l’hai, una prospettiva! Poi, quello spazio in più è così TANTO. Insomma, è più che naturale sentirsi tutti frastornati.
Questo è il discorso che recita la fatina al temperino automatico della sala docenti. Ha sempre un bicchierino di plastica (riciclata, si intende) tra le mani (se i cerchi che ha alle estremità fossero mani) grande quanto il suo avambraccio (se ne avesse uno); e si spertica su come sia assolutamente giustificato se per prima cosa la mattina lei violi la principale regola di tutte: non consumare il materiale dell’istituto. Tanto i “decenti” non si accorgono mai davvero che è finito il caffè. Hanno cose più importanti a cui pensare. Altrimenti non ci sarebbe scritto sulla porta “SALA DECENTI”. Il temperino non ha mai nulla da obbiettare; ma proprio mai; e meno male! Chi vuole fare conversazione prima del caffè? Sicuro non loro due. Chissà però se un giorno sentirò la sua voce, si chiede la fatina.
Caffè in corpo (se ne avesse uno che possa contenere dei liquidi) è ora della sveglia. Di aula in aula, di corridoio in stanza, la fata picchia con la sua bacchetta disegnata tutto il personale della scuola accuratamente selezionato. Sono bravi diavoli, ma sono pigri e bisogna svegliarli con le maniere forti. Botte alle scope, botte alle graffette. Botte ai computer della segreteria, ai personaggi del presepe, ai gessetti, agli stracci, ai proiettori e agli indici della biblioteca. Chissà se un giorno impareranno un po’ di disciplina.
In bella calligrafia, per nulla dissimile dai cartelloni con le lettere appesi in alto sui muri, nell’aula della classe V sezione A scrive poi la lista dei compiti che non si può proprio fare a meno di espletare. In basso aggiunge, con i gessetti rossi: “la scuola deve essere in condizioni impeccabili, per quando tutti torneranno dalle vacanze”. Proprio come l’hanno lasciata.
Si comincia rigorosamente coi pavimenti. Appostata fieramente sopra il secchio riempito con un tocco di bacchetta, come il capitano sulla prua di una nave, la fatina guida l’esercito di stracci, scope e bastoni nel pulire i corridoi dove presto i bambini correranno e giocheranno. Bisogna anche ricordarsi di dare un freno ai più zelanti, come il barattolo della cera. Quei bambini non si accorgeranno sicuramente delle mattonelle lucide, ma di certo non apprezzerebbero i capitomboli conseguenti.
Venuta a noia l’avventura marinaresca, si dedica a innaffiare con cura tutte le piante e le piantine del palazzo, assieme a un vecchio innaffiatoio un po’ arrugginito. Lui le ha insegnato un antico trucchetto per poter ascoltare ciò che le piante hanno da dire. Ci ha messo un po’ a districarsi tra i lenti movimenti delle foglie, i rumori delle radici e le vibrazioni degli steli. Ma ora riesce a farsi raccontare dalla begonia nell’ufficio del direttore la storia d’amore notturna tra il grillo e la coccinella, insidiata dal perfido centopiedi; dai girasoli in classe III sezione E a farsi insegnare il modo migliore per prendere il sole; e purtroppo a raccogliere dal ficus benjamin in segreteria le recenti lamentazioni per il gran caldo.
Nel frattempo, il personale finalmente sveglio, stiracchiato e stirato inizia a esaurire punto per punto la lista lasciata sulla lavagna di ardesia: i pastori del presepe, armati di piccole scope di saggina, pattugliano librerie e scaffali eliminando il calcinaccio bianco caduto nella notte dal soffitto. Ed ecco i soldati romani al servizio di Re Erode che ordinatamente usano i bastoni e gli stracci per pulire le finestre decorate con i fiocchi di neve di carta. Gli scribi redigono regolarmente il verbale, che oggi riporta:
“apposto cartello su cancello di ingresso, probabilmente da barbari vandali. Esso recita: ÀTILIBIGANI REP ASUIHC. Traduzione in corso di studio. Pulizia vetrate impeccabile. Viva Cesare, viva l’Imperatore.”
I computer della segreteria catalogano la posta elettronica, mentre spillatrici e graffette si occupano di raccogliere quella ordinaria. Negli ultimi tempi ci mettono poco, posta non ce n’è. È naturale, sono tutti in vacanza!
Un compito estremamente importante e delicato che tuttavia tiene per sé la fatina (e ne è, in fondo, molto gelosa) è il controllo della regolarità, pulizia e ordine delle decorazioni natalizie. Ognuna deve rimanere al suo posto dopo le pulizie; già almeno un paio di volte, alla faccia della efficienza e precisione che millantano i centurioni, si sono trovati 3 fiocchi di neve sulla finestra e 4 sul pavimento, invece del giusto, regolare e universalmente riconosciuto schema di 4 sulla finestra e 3 sul pavimento. Il lavoro è tranquillo, mediato da una ronda collaudata. Con una piccola deviazione, ogni 3 giorni si riusciva anche ad andare a salutare quei brontoloni vegliardi dei tre Re Magi.
Anni di saggezza e studio, a passare le notti col naso all’insù alla ricerca della stella che cambiò la loro vita, deve aver fatto rivoltare qualche rotella, portandoli un po’ a trovare sempre una ragione per litigare o lamentarsi; e forse è stata anche un po’ la scoperta delle carte napoletane. Forse.
“Gaspare, fa carte” –
“Non ci provare Baldassarre, rammento benissimo che ieri l’ultimo sei stato tu!” –
“Come se pensi che non ti ho visto ieri sfilare l’asso di briscola dal mazzo Melchiorre. Poco a fare il santarellino tutto corretto quando più ti è comodo!”-
“Non osare, non sei nemmeno in grado di distinguere Altair da Deneb, e ti azzardi ad accusare di aver visto qualcosa! Disgraziato!”
La fatina deve sempre intromettersi per evitare che si strappino la barba: i bambini si chiederebbero perché manca; e i bacucchi la trattano pure il malo modo, ingrati. In fondo, però, sono bravi signori, pensa. Una volta calmati e separati, le chiedono sempre di unirsi a loro, perché gli serve il quarto a briscola, a scopone scientifico o a rubamazzetto.
“Perchè tutti i giochi hanno sempre bisogno di un quarto per goderteli appieno” borbotta Baldassarre grattandosi la pelata sotto il cappelluccio, mentre decide se calare il carico a bastoni o no.
“Come va il giro oggi?” –
“Tutto in ordine! Anche quelle birbe dei festoni di muschio artificiale sono dove dovrebbero essere. Vorrei che fossero tutti come le finte crepe sul soffitto! Loro sì che non si muovono mai! I bambini troveranno sicuramente tutto come l’hanno lasciato, quando torneranno.” –
“Bambina mia, ne abbiamo già parlato: qua non torna proprio nessuno! Sono giorni che io, Baldassarre e Melchiorre ci giochiamo l’oro, l’incenso e la mirra. Stiamo ancora pareggiando e nessun accenno o anche solo ombra di maestri o alunni.” –
“Mi stupisco che uomini come voi, che hanno attraversato il deserto per fede, siano in realtà di così poca fede! Le vacanze durano giorni, appunto. Cosa ne volete capire voi Matusalemme!” rispose stizzita la fata, prima di calare il 7 bello, chiudere la partita e volare via con un broncio. Così forte da non fare in tempo a vedere il vecchio Gaspare guardare quelle crepe sul soffitto e scuotere la testa.
All’ora di pranzo gran parte dei compiti è stato completato, quindi si può lasciare un po’ di tempo libero a tutti. Per il morale della truppa ci sono diverse opzioni, ma la preferita della fatina è tirare fuori il vecchio televisore con videoregistratore della biblioteca, scegliere una cassetta di quelle sullo scaffale e farla partire. Tutti possono così scoprire i balli delle tribù del Congo, la parata russa del Giorno della Vittoria o le balene che solcano il Mare Artico.
La fata, tuttavia, preferisce appoggiarsi sullo scrittoio polveroso con qualche libro e il suo diario. Si segna tutte le cose che le accadono, perché non si sa mai: nel suo limitato spessore chissà quanti ricordi ci possono effettivamente stare. Per qualche ragione che non comprende bene nemmeno lei, prima di chiuderlo, ne legge sempre la pagina iniziale. Racconta di come si è svegliata la prima volta. Il foglio appeso da poco era stato scosso da qualcosa e, quando si era fermato, la fatina era rimasta giusto qualche millimetro fuori dal bordo. L’unica cosa naturale da fare era uscirne, in una scuola vuota e tutta decorata per le feste.
Quando ha finito di scrivere e leggere, è ormai sera, e davanti al tubo catodico qualcuno già sonnecchia. La fatina dunque accompagna tutti ai loro giusti posti e li tocca con la bacchetta, leggermente, come pacca per il buon lavoro fatto. Tutti vanno subito a dormire. Quasi.
C’è un’ultima visita che vuole sempre fare. Nella penombra dei corridoi ormai bui, aiutandosi con la flebile luce della bacchetta, raggiunge la grotta di cartapesta illuminata dalla stella cometa elettrica, piccolina. Là sotto, ci trova sempre il piccolo Gesù, a emettere buffi versetti, Maria seduta con un sorriso e…
“E Giuseppe?” –
“L’hanno sequestrato i Magi. Serviva il quarto per la stoppa.”
La fata si siede sempre a gambe lunghe davanti alla culla di paglia e, mentre gioca col piccolo, che le mastica senza denti le braccia (se non fossero una linea rosa), racconta la sua giornata.
“Oh cielo, hai sempre il tuo gran da fare! Fortuna che ci sei tu. Ma guarda, se non fossi stanca per il parto, la farei vedere anche io a quei perdigiorno!”
“Maria, dimmi, tu sai i bambini veri come sono?” – Dopo qualche secondo e uno sguardo dolce, Maria rispose: “Un bambino è chi ti ha fatta e disegnata così come sei: non possono che essere meravigliosi!”
Con un gran sorriso a 32 denti (se li avesse) la fatina replicò: “Devi avere davvero ragione! Non vedo l’ora di conoscerli! Manca così poco!”
Dopo qualche altra chiacchiera e moina al piccino, la fatina si congeda da Maria, che va a dormire anche lei, dopo aver recuperato Giuseppe tirandolo per l’orecchio destro.
Rimasta da sola, la piccola fata disegnata, alla luce della luna e delle stelle, torna al suo foglio, lo distende con le mani (se fossero tali) e vi si adagia.
“Domani verranno tutti sicuramente, ne sono sicura. Verranno tutti, sicuramente” e torna nelle sue due, semplici, confortanti, dimensioni.
Quella notte, nel cielo estivo, moltissime stelle cadenti solcano il firmamento. Tante quante sono necessarie per garantire un desiderio a ogni bambino di quella scuola. Anche il giorno di San Lorenzo, la piccola fata disegnata, con il braccio destro più lungo del sinistro, il vestito lillà e le gambe sottili senza ginocchia, ha custodito la sua scuola. Quella scuola in una città su una collina, né troppo grande, né troppo piccola, in una nazione lontana lontana, o vicina vicina.


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